14 settembre 2016

Per fare un freelance ci vuole un intero villaggio


Lo scorso fine settimana (9/11 settembre 2016) sono stata al Freelancecamp a Marina Romea (RA). Non ho bevuto solo mojito e mangiato pesce fino a scoppiare (come potresti pensare dalle prove fotografiche sul mio account su Instagram). Ho invece avuto la conferma che fare il freelance significa essere generosi. Anche con i vaffanculo.

Essere un freelance non ha davvero nulla di romantico. E quando mi capita di inciampare in quelle immagini in stock della tipa di turno che lavora al PC sul bordo di una piscina, un po'mi viene da ridere.

Essere un freelance, per come la vedo io, è una scelta e non una naturale conseguenza, come fosse l'unica possibile, se sei stato lasciato a casa dalla tua azienda dopo una vita da dipendente.

Essere un freelance non è facile ma è molto divertente. Lo è nella misura in cui ti scrolli di dosso tutti i falsi miti e le verità universali che un'attività in proprio si porta dietro. E' un lavoro per stomaci forti e personalità ecclettiche perché oltre a quello che sai fare, devi essere un po'project manager, un po'commerciale, un po' PR e un po'ragioniere di te stesso.

Essere freelance ha poco a che fare con libertà e spontaneità. Significa invece costruire routine, imparare a organizzarsi (e bene), avere un metodo e seguirlo alla lettera.


E io infatti mi sento un'azienda. Sono un'azienda; unipersonale. Lavoro con la mia faccia e le mie competenze, senza il paracadute dei diritti di un lavoratore dipendente (penso a malattia e salute), senza avere necessariamente il bisogno di un ufficio fisso. La mia libertà non è lavorare in spiaggia con il PC sulle gambe ma è poter decidere come e con chi voglio lavorare (da qui i "fanculo" liberatori del freelance), dettare le mie regole che sono diverse da qualsiasi altra persona che fa un lavoro assimilabile al mio. La mia libertà è quella di poter puntare sulla mia unicità e farci del sacrosanto business.

Non è un lavoro per timidi ma è un'attività che su generosità, velocità, alleanze e collaborazione poggia le sue basi solide.


Essere freelance significa uscire dalla comfort zone dell'azienda organizzata e strutturata che per quanto soffocante, ha dalla sua il fatto di avere almeno qualcuno che smatassa le grane organizzative al posto tuo. Ti obbliga a metterti continuamente in gioco perchè fai un lavoro fluido. Là fuori c'è sempre qualcuno che si inventa qualcosa di nuovo su cui bisogna mettere un occhio e magari decidere che sì, è proprio quella cosa lì che vuoi fare.

E quindi devi cambiare. Ancora. E tutto questo costa energia. Tanta energia sia fisica che mentale.

Essere un freelance significa spesso sentirsi solo. Anche per questo nel 2012 Alessandra Farabegoli, Gianluca Diegoli e Miriam Bertoli hanno pensato a un barcamp per freelance: il Freelancecamp. Che è poi l'occasione perfetta per imparare qualcosa di nuovo, portare la propria esperienza, condividere uno spunto, raccontare un'idea e soprattutto confrontarsi con altri freelance. Prepari un breve speech oppure stai a ascoltare quelli degli altri eppoi se ne discute insieme. In infradito, braghette e mojito in una mano. Cosa che semplifica decisamente fare networking se proprio sei timido.

E' un evento per generosi, perché nel racconto anche delle proprie difficoltà, si condivide sempre un'esperienza che può essere utile agli altri. Si impara a fare meglio il proprio lavoro perché è il luogo ideale per conoscere persone interessanti che magari sanno fare qualcosa che tu non sai fare e da cui puoi dunque imparare.

Generosità e fanculo. I mantra del freelance, appunto. Perché per fare un freelance ci vuole un intero villaggio.

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